pietrosacchini.it logo
« < >

La malattia che non ti riconosce - The disease that doesn't recognize you

2019


La Sig.ra Mina soffre di Alzheimer, ed ha perso la figlia Stefania nel terremoto del 24 Agosto 2016 ad Arquata del Tronto (AP). La figlia durante il terremoto si buttò sopra la madre che dormiva, nel tentativo di proteggerla, il tetto crollò e una trave la prese in pieno. Stefania morì sul colpo, ma la madre sotto di lei si salvò.
Ogni tanto, nei brevi momenti di lucidità, chiede: “dov’è Stefania?” per ripiombare subito dopo nel suo mondo senza ricordi.

Ms Mina suffers from Alzheimer's, and lost her daughter Stefania in the earthquake of 24 August 2016 in Arquata del Tronto (AP). The daughter threw herself over the sleeping mother during the earthquake, in an attempt to protect her, the roof collapsed and a beam caught her in full. Stefania died instantly, but her mother was saved.
From time to time, in brief moments of lucidity, he asks: "Where is Stefania?" To slip right back into her world without memories.



* * * * *


Quello che emerge da queste immagini è un progetto che evita quasi completamente la retorica pietistica con cui spesso viene rappresentato l’Alzheimer. Questo è già un elemento molto forte. Pietro Sacchini non costruisce un racconto “sulla malattia” in senso clinico, ma sulla frattura dell’identità e sulla precarietà del riconoscimento umano. La differenza è sostanziale.
La serie lavora soprattutto su tre livelli: presenza, dissoluzione e relazione.
La presenza è fortissima nei ritratti ravvicinati. I volti non sono mai trattati come “corpi malati”, ma come territori emotivi. Le immagini più intense sono quelle in cui la donna guarda fuori campo o direttamente nell’obiettivo: lì il progetto raggiunge una tensione quasi insostenibile, perché lo sguardo sembra oscillare continuamente tra lucidità e smarrimento. Non c’è spettacolarizzazione del dolore; c’è invece un tempo sospeso.
Dal punto di vista fotografico, il linguaggio è coerente:
* profondità di campo molto ridotta,
* luce morbida e laterale,
* sfondi che collassano nel buio,
* palette calda ma trattenuta,
* isolamento del soggetto attraverso il fuoco selettivo.
Questa scelta tecnica non è soltanto estetica. La sfocatura continua diventa metafora percettiva: il mondo attorno alla protagonista perde consistenza, mentre alcuni dettagli — le mani, gli occhi, la pelle — emergono con una precisione quasi crudele. È una fotografia che usa la materia del corpo come archivio della memoria.
Le mani sono centrali nel progetto. La fotografia del pugno appoggiato sul tavolo è probabilmente una delle immagini chiave della serie: non mostra un’azione, ma una resistenza. Le vene, le pieghe della pelle, l’anello, il gesto contratto: tutto parla di identità residua. In un progetto sull’Alzheimer, le mani diventano ciò che resta quando il linguaggio cede.
Molto interessante anche la costruzione narrativa delle relazioni familiari. Nelle immagini con le altre donne si crea un sistema di dipendenze corporee: essere nutrita, essere sostenuta, essere toccata, essere guardata.
La malattia appare allora non come isolamento individuale, ma come ridefinizione dello spazio affettivo. Questo è uno degli aspetti più maturi del lavoro.
C’è poi un elemento molto intelligente: l’ambiguità emotiva. Alcune immagini mostrano sorrisi, momenti di leggerezza, persino ironia. Questo impedisce al progetto di diventare monocorde. L’Alzheimer qui non è rappresentato solo come tragedia assoluta, ma come continua oscillazione tra presenza e assenza. È proprio questa instabilità a renderlo credibile.
La fotografia del telefono è concettualmente molto forte. Introduce un doppio livello di rappresentazione: la persona reale, la persona registrata.
In un progetto sulla perdita della memoria, il dispositivo tecnologico diventa archivio sostitutivo dell’identità. È una delle poche immagini in cui il progetto esce dal puro documentario domestico ed entra in una riflessione più contemporanea sul ricordo mediato.
L’immagine finale della finestra con le grate è forse la dichiarazione simbolica più esplicita della serie. Il rischio, in teoria, sarebbe quello di cadere in una metafora troppo didascalica (“la gabbia”). Però qui funziona perché arriva dopo una lunga immersione nei corpi e negli sguardi. Non apre il progetto: lo chiude. E quindi non impone una lettura, ma sedimenta una sensazione già costruita dalle immagini precedenti.
Dal punto di vista critico, il progetto ha molti punti di forza: grande coerenza tonale; capacità di stare vicino senza invadere; uso della luce molto consapevole; forte qualità emotiva; costruzione narrativa intima ma non sentimentale.
Ci sono però anche alcuni limiti interessanti da osservare.
A tratti il progetto resta molto interno alla dimensione domestica e psicologica, senza mai davvero rompere il dispositivo del ritratto classico. Alcune immagini insistono su una grammatica fotografica già consolidata nel reportage intimista contemporaneo: sfocato, luce naturale drammatica, primi piani emotivi. Funziona molto bene, ma raramente sorprende formalmente.
Manca forse un’immagine davvero destabilizzante, una fotografia capace di interrompere la continuità emotiva del racconto. Tutto è molto controllato, molto elegante. In certi momenti si percepisce che l’autore ama profondamente i suoi soggetti — e questo è umano — ma proprio questo amore talvolta attenua il conflitto visivo.
Il progetto sembra allora più forte nella dimensione etica che in quella sperimentale.
Ma è proprio qui che acquista valore: non cerca di “inventare” l’Alzheimer attraverso effetti estetici. Cerca piuttosto di abitare la fragilità del quotidiano. E in molte immagini ci riesce davvero.

La fotografia più potente, secondo me, è quella in cui la donna guarda frontalmente in macchina, con il volto quasi completamente immerso nel silenzio della luce. Perché lì accade qualcosa di raro: non stiamo più osservando “una persona con Alzheimer”. Stiamo osservando una coscienza che tenta ancora di restare presente.
Ed è probabilmente questo il centro reale del progetto.

Presenza
1 / 11 slideshow
Presenza



Presenza
2 / 11 slideshow
Presenza



Presenza
3 / 11 slideshow
Presenza



Frammentazione
4 / 11 slideshow
Frammentazione



Frammentazione
5 / 11 slideshow
Il bacio volato via
Frammentazione



Frammentazione
6 / 11 slideshow
Frammentazione



Dipendenza e perdita
7 / 11 slideshow
Dipendenza e perdita



Dipendenza e perdita
8 / 11 slideshow
Dipendenza e perdita



Dipendenza e perdita
9 / 11 slideshow
Dipendenza e perdita



Residuo
10 / 11 slideshow
Residuo



Dipendenza e perdita
11 / 11 slideshow
Dipendenza e perdita



i slideshowslideshowHD
ITA - Informativa sui cookies • Questo sito internet utilizza la tecnologia dei cookies. Cliccando su 'Personalizza/Customize' accedi alla personalizzazione e alla informativa completa sul nostro utilizzo dei cookies. Cliccando su 'Rifiuta/Reject' acconsenti al solo utilizzo dei cookies tecnici. Cliccando su 'Accetta/Accept' acconsenti all'utilizzo dei cookies sia tecnici che di profilazione (se presenti).

ENG - Cookies policy • This website uses cookies technology. By clicking on 'Personalizza/Customize' you access the personalization and complete information on our use of cookies. By clicking on 'Rifiuta/Reject' you only consent to the use of technical cookies. By clicking on 'Accetta/Accept' you consent to the use of both technical cookies and profiling (if any).

Accetta
Accept
Rifiuta
Reject
Personalizza
Customize
Link
https://www.pietrosacchini.it/la_malattia_che_non_ti_riconosce_the_disease_that_doesn_t_recognize_you-r11065
copy copied!

Share
/ / email


Counter
189.006

Terms
cookie, privacy and copyright

Powered
myphotoportal.com

Chiudi
Close
loading