Il Club delle Nature Morte
2026
Un gruppo di uomini occupa una cavità nella roccia. Bevono, fumano, giocano a scacchi, leggono, conversano. La scena ha l'apparenza di un momento conviviale, ma la sua disposizione rivela la costruzione di un piccolo teatro sociale: un club, uno spazio separato nel quale identità, gerarchie e rituali vengono messi in scena.
Gli oggetti che popolano questo ambiente (la scacchiera, le bottiglie, il tavolo, il tessuto, l'immagine di una donna nuda) assumono il valore di archetipi. Sono le "nature morte" del titolo: cose immobili attraverso cui prendono forma concetti come potere, strategia, controllo e eterosessualità.
La grotta, luogo primordiale e naturale, diventa così il contenitore di un ordine culturale. Al suo interno gli uomini ricostruiscono un universo fatto di regole, ruoli e codici condivisi. La scacchiera evoca la strategia e il confronto; il tavolo e il consumo costruiscono una dimensione di appartenenza e privilegio; il poster femminile introduce una rappresentazione dell'eterosessualità come elemento identitario del gruppo.
La presenza della donna è significativa proprio perché è un'immagine: l'unica figura femminile che non appartiene fisicamente al club, ma è presente come oggetto dello sguardo e come segno di una norma. Il corpo femminile diventa così un attributo della comunità maschile, mentre i corpi degli uomini, esposti allo sguardo dello spettatore, finiscono a loro volta per trasformarsi in oggetti della rappresentazione.
La fotografia costruisce quindi un gioco di rovesciamenti: natura e cultura, vita e immobilità, libertà e controllo, realtà e rappresentazione.
La natura morta, tradizionalmente composta da oggetti sottratti al tempo, qui si anima di corpi umani; contemporaneamente, la fotografia congela quei corpi e quei rituali, trasformandoli in un'immagine archetipica. Il "club" diventa così una sorta di natura morta sociale, nella quale una determinata idea di mascolinità viene osservata, isolata e messa in scena.
Più che giudicare i suoi protagonisti, l'opera li espone allo sguardo. Ci invita a chiederci quanto ciò che consideriamo naturale (il potere, la competizione, il controllo, la sessualità, i ruoli maschili) sia in realtà il risultato di rituali culturali continuamente ripetuti.
Il club delle nature morte è dunque il ritratto di una comunità immaginaria e, allo stesso tempo, il ritratto di un sistema di archetipi: uomini vivi che, attraverso la fotografia, diventano nature morte di una certa idea di mascolinità.
Ho abbracciato di impulso il progetto salvo poi rimuginare sul tema. Ma la sfida di mettermi insieme in gioco per una foto artistica ha prevalso su tutti i dubbi da sessantenne ed eccomi qua.
Francesco
Ho aderito al progetto confidando pienamente nella professionalità del fotografo. L'idea di mettere a confronto la nudità, intesa come espressione dall'istinto più primordiale, con ciò che il club rappresenta attraverso i suoi valori e le sue regole, ha prevalso su ogni iniziale resistenza dettata da pudore.
Ivan
Tutto è cominciato con tante risate e battute simpatiche, poi pian piano è diventato realtà, ho percepito una sensazione di attesa e adrenalina.
Poi il primo scatto ... imbarazzo, silenzio e sorrisi a denti stretti che grazie alla connessione umana con il resto dei modelli e il fotografo, tutto ha preso una forma diversa.
La magia di quella grotta unita al mare, alla luce mattutina e alla bella compagnia ormai diventata famiglia, Pietro è riuscito a trasformare tutto in un racconto visivo, perché quell'immagine finale è diventato uno scrigno capace di conservare nel tempo il battito di quel momento.
Esperienza simpatica e oserei dire "unica". Grazie Pietro
Lino